Storia di Tommasina

Storia dell’Amor Perfetto secondo Marietta

di Maria Grazia Tirasso, 2015

Il racconto

Cara Ludovica, 

una buona fanciulla scrive per me questa lettera… sono stanca e vecchia ormai, e ho un peso sul cuore da tanto tempo.

Più volte mi chiedeste di raccontarvi della mia padrona, Madonna Tommasina Spinola, ed io non volli dirvene troppo, perché è un ricordo che mi addolora ancora oggi, dopo tanto tempo…

Ora che siete diventata donna, che siete sposa, vi auguro ogni felicità e penso non dovrei angustiarvi con una storia triste, ma, chissà perché, proprio oggi mi sono tornati alla mente i vostri occhi e la voce di bambina che mi chiedeva, insistente “Ti prego raccontami la storia dell’amor perfetto!” ebbene, se si  ragiona di un amore non vi può essere mai troppo dolore, io credo…

Sapete che fui nutrice di Tommasina che andò sposa giovanissima a Luca Battista Spinola, uomo degno, ancorché anziano, che l’amava e la rispettava, offrendole ogni cosa che ella potesse desiderare.

Quella sciagurata mattina, era l’aprile del 1503 – non lo scorderò mai! – Io ero uscita assieme alla cameriera e ci fermammo nei pressi della chiesa dov’era assiepata molta gente e un messo – venuto chissà da  dove – diceva che lui era morto… il re! Il re Luigi era morto in guerra. Perché? Come era potuto succedere? In un attimo mi voltai e corsi verso casa…. Salii la scala e mi diressi verso la camera della mia signora ma la mano alzata si fermò a un palmo della porta… no, non potevo darle una notizia simile – pensai – non avrebbe potuto sopportarla!

Lì, davanti alla sua porta chiusa mi tornò in mente tutto: la grande festa da ballo a Villa Cattaneo, l’arrivo del re Luigi, il corteo, la folla festante. Le immagini si confondevano nel ricordo recente. E poi la sala da ballo, le mille candele accese e la mia signora che balla con il re, e sorridono e ridono e parlano e danzano… e gli occhi dell’una non si staccano da quelli dell’altro, per tutta la sera, per tutta la notte. E dopo la malinconia, dopo la sua partenza, dava spazio alla speranza di rivedersi, un giorno, quando Dio avesse voluto….

E ora, davanti a quella porta chiusa, io avrei dovuto uccidere quella speranza, darle un dolore così grande!… Ma era preferibile lo facessi io, che ero stata per lei una seconda madre, piuttosto che le giungesse notizia da chissà chi… mi feci coraggio e bussai.

Avevo previsto lacrime e disperazione ma mai, mai avrei pensato che il suo giovane cuore si spezzasse per sempre, da tanto dolore. So che non ho colpa, ma  non  potrò mai perdonarmi di aver parlato, quel giorno.

Quando la mia signora fu seppellita, me ne andai e venni a servizio nella vostra famiglia, del che ringrazierò sempre il vostro buon padre.

Qualche tempo dopo, inaspettatamente, si venne a sapere che la notizia era falsa. Il re era vivo:  maledetto colui che sparse quella voce!   Io ero disperata e forse fu la nostalgia, forse il rimorso di aver agito troppo in fretta, una sera mi trascinai presso la casa dove avevo vissuto per tanto tempo. Ma non potei avvicinarmi, mi fermai, non vista, all’angolo della strada: c’era un manipolo di uomini avvolti dentro a pesanti mantelli, uno di questi guardava in su e gli cadde indietro il cappuccio. Sentii mancarmi le gambe… era lui! Ne sono certa! Quella figura, lo sguardo…

Guardava su, verso la finestra di Tommasina e io credetti sentire la sua voce che  diceva

“Lassù, vedi, quella è la sua finestra… non posso pensare di non vederla mai più… era così bella, così dolce, il nostro poteva essere davvero un amore perfetto!”

Non so se fu la mia immaginazione, ma quella voce, quell’accento, quegli occhi, mi parvero quelli del re Luigi. Sì, non poteva che essere lui.

Ora  vi è chiaro, penso, il perché  vi racconto questa storia  triste solo adesso che siete una donna… So che nel vostro cuore potete sentirne adesso tutta la profondità.

Vi riverisce ed abbraccia la vostra devota

Marietta

La storia

Il testo è una lettera scritta da un personaggio di fantasia che si immagina essere la nutrice e fedele servitrice di Tommasina Spinola, la nobildonna che nel 1502 conobbe e amò, riamata, re Luigi XII di Francia.

La tragica morte di lei (suicidio o crepacuore?) alla notizia della morte del re, creò la leggenda dell’ ”amor perfetto” che diede il nome alla piazzetta del centro storico di Genova.

Il primo fatale incontro fra i due innamorati fu ad una festa da ballo presso la Villa Cattaneo, poi Villa Imperiale, nella zona di San Fruttuoso, ove attualmente ha sede la Biblioteca Civica Lercari. La nutrice rievoca, raccontandola ad una nuova padrona, la vicenda dell’infelice e leggendario amore.

L'illustrazione
di Michele Lepera​

Tecnica: Grafite su carta, colore digitale.

Michele ha interpretato il racconto di Maria Grazie recandosi sul posto e osservando…

Ho immaginato il momento finale del racconto, in cui Re Luigi XII, tornato a Genova dopo la guerra in cui si pensava fosse morto e appresa la disgrazia di Tommasina, arriva nella Piazza dell’amata.

La sua dimensione nel disegno simboleggia l’impotenza di fronte al destino, anche se si è il Re di Francia.
Spaesato guarda in su dove, tra l’irregolare geometria dei tetti, sembra apparire il profilo di Tommasina.
I due si guardano divisi e uniti dall’irregolare geometria dello squarcio di cielo.
Le imperfette geometrie dell’Amor Perfetto.

Il colore più significativo, che unisce i due personaggi e il cielo, è una specie di blue di Genova, utilizzato non solo per il rimando alla città ma anche per il significato inglese di “Blue”: malinconia, tristezza.

Storia di Tommasina - Michele Lepera - MLP-001
Storia di Tommasina, illustrata da Michele Lepera

L'artista

Michele Lepera

Michele Lepera

Michimind

Sono nato a Genova nel 1979 e da allora esploro il mondo – reale e immaginario – tramite il viaggio, il disegno, la scrittura, la fotografia e l’ascolto di suoni e silenzi.

Ho sempre vissuto con la testa tra le nuvole fin quando le contingenze mi hanno obbligato a tornare coi piedi per terra. Ho così deciso di farmela crescere in testa una nuvola (di riccioli) per sentirmi a casa.

Diplomato al Liceo Artistico, laureato in Grafica & Design, ho passato gran parte dei miei anni lavorativi da pendolare sui treni. Compagni occasionali e abituali di viaggio finivano puntualmente scarabocchiati sui miei taccuini, insieme ad alberi, paesaggi, pali dell’elettricità. Il tratto era spesso nervoso, insicuro, soggetto agli scossoni del convoglio e a quelli dell’umore. C’erano volte che sognavo di saltare giù dal treno, non tanto per evitare una giornata lavorativa, ma per immergermi in ciò che passava troppo veloce dal finestrino: il colore denso e sospeso di certe albe invernali appena oltre l’Appennino.

Cerco continuamente il valore della lentezza (non in senso temporale ma di quiete e presenza) e della contemplazione, nonostante dentro si agiti a ondate una fastidiosa ansia da Bianconiglio.

Dal 2006 lavoro come grafico e ho scelto l’illustrazione come strada per raggiungere i valori di cui sopra, perché disegnare è rallentare, fermarsi, guardare per lungo tempo dentro e fuori. C’è bisogno di spazio. Interiore.

Negli ultimi anni ho illustrato album musicali, progetti di crescita personale, blog e commissioni private, portando alcune delle mie opere in mostra presso gallerie d’arte e luoghi espositivi.

Pochi mesi fa ho scoperto di essere un mancino corretto da piccolo.

Ho smesso quindi di giudicare la mano destra e apprezzarne lo sforzo di tutti questi decenni, per poi lasciare tempo e spazio alla mano sinistra di riprendere la strada.

Ora disegnano spesso insieme come due buone compagne di viaggio: una abbozza le forme e le proporzioni, l’altra cura i dettagli e i volumi.

Per concludere, se qualcuno mi ponesse l’ingombrante domanda:
“Chi sei?”,
risponderei “Un pellegrino”
perché è dopo aver percorso la Spagna dai Pirenei alle coste della Galizia, di fronte all’Oceano, che la mia strada – mia e non quella di altri – si è palesata sotto i piedi.

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